Dei Pink Floyd tantissimo si è detto e scritto, così come di Syd Barrett. Negli anni ’70 – il disco, che prende il titolo dal brano, è del 1975 – la “mia” musica era principalmente quella di Gianfranco Manfredi (1972 – La crisi, 1976 – Ma non è una malattia 1977 – Zombie di tutto il mondo unitevi,  1978 – Biberon)  e Claudio Lolli (1972 – Aspettando Godot, 1973 – Un uomo in crisi. Canzoni di morte. Canzoni di vita, 1975 – Canzoni di rabbia,  1976 – Ho visto anche degli zingari felici, 1977: Disoccupate le strade dai sogni), giusto per indicare i due che meglio ricordo; molto meno quella di Guccini, che ho “riscoperto molto, molto dopo….

Da tempo vado così facendo dei “recuperi” e oggi ho casualmente trovato in rete il video “The story of Wish you where here” (in italiano) con il racconto a più voci  sulla nascita dell’album, in cui è ricorrente il ricordo di Syd Barrett (nelle immagini come lo ricordano i suoi fans e, sotto, l’irriconoscibil Syd in visita ad Abbey Road, mentre i Pink Flpyd registravano l’album).

La targa dedicata a Syd Barrett, nell’ambito del Music Day della BBC, tenutosi il 15 giugno 2017, alla Anglia Ruskin University dove Syd aveva studiato arte.

       Mi è piaciuto molto ascoltare quel racconto e così mi è venuta voglia di condividerlo, anche se magari lo conoscono già tutti e io arrivo, non per la prima volta, buon ultimo. In ogni caso buon (ri)ascolto!

 

Unì’immagine da SKĒNĒ (Scene), progetto che ha portato Majoli a girare il mondo per raccogliere una serie di immagini che esplorano la condizione umana e gli elementi più oscuri della società.

L’altro giorno, nella sala d’attesa della mia dottoressa ho sfogliato una rivista illustrata di quelle che per arrivare a qualcosa di sensato devi sciropparti pagine e pagine di moda, gioielli e così via:  il consueto inno al lusso, insomma. A indurmi a questo supplizio è stato il richiamo in copertina di un servizio sull’odissea dei migranti vista da un grande fotografo. Ho scoperto così Alex Majoli, fotografi dell’agenzia Magnum, le sue immagini e l’interrogativo che si/ci pone: ” Di fronte al flusso enorme e incontrollabile delle migrazioni mi sono chiesto: chi sono loro e chi siamo noi? L’unica risposta che ho trovato è che guardiamo il loro dramma per misurare noi stessi. E intanto naufraghiamo insieme“.

Subito ho pensato di condividere questa “scoperta” con chi non frequenta la stessa sala d’attesa, anche se l’audience di Beccodiferro dubito vada molto oltre la capienza di quella sala. Ho fatto qualche ricerca in rete e vi propongo alcune delle immagini trovate.

Qui trovate quelle relative all’esposizione tenutasi dal 16 febbraio all’1 aprile scorso alla Howard Greenberg Gallery di New York.

Sul sito dell’agenzia Magnum ho trovato una carrellata di immagini – qui – che mostrano un ampio ventaglio di immagini di Majoli che vanno da primi piani di volti ad immagini “storiche”, come quella in cui si vede l’indimenticabile Arafat

ISRAEL. Disputed territory of the West Bank. Ramallah. Inside the muqata/Arafat. 2004.

alla guerra del Kosovo, ad una serie di volti collegati alle “conventions” statunitensi dei democratici e dei repubblicani, e così via per il mondo.

Di Alex Majoli ha parlato recentemente anche Internazionale

Non aggiungo altro – così come ho scelto di fare nel titolo – perché non sono in grado di commentare tecnicamente le immagini e perché non credo di avere nulla da aggiungere a quanto già detto e scritto (spesso anche a sproposito..) sulla drammatica vicenda della guerra ai poveri, di cui la vicenda dei migranti è oggi parte estremamente rilevante.

Scene #0435, Repubblica del Congo, 2013
Archival pigment print, 90 x 120 cm
Alex Majoli, courtesy Howard Greenberg Gallery

 

 

Quello che segue è un articolo pubblicato da Salvatore Ricciardi sul contromaelstrom il aprile 6, 2012 e opportunamente rilanciato dallo stesso oggi, a 48 anni dalla Strage di Stato. Credo sia importante ricordare il periodo storico e il clima politico della Strage di Stato: probabilmente la vicenda da cui con maggior chiarezza sono emersi il ruolo dello Stato, e quello dei suoi manutengoli fascisti, nella guerra contro chi lottava per i propri diritti. Da allora le cose non sono cambiate in meglio. La pesantissima e spietata repressione, con la criminalizzazione di qualsiasi forma di opposizione non omologata, ha influito per molti anni a seguire. Una storia che si è ripetuta, in forme diverse ma non meno feroci e spietate, con le punte più alte di cinica violenza a Napoli e Genova, in occasione del G8 2001, e in Val Susa, quando è apparso chiaro che la resistenza popolare non si sarebbe fatta abbindolare da politicanti e pennivendoli di regime.

Un ringraziamento personale e particolare a Salvatore Ricciardi per essersi sorbito quell’immondezzaio spacciato per film e avere poi scritto questo importante articolo: io non ho avuto il suo “coraggio”, d’altra parte non ho neanche la sua esperienza e lucidità politica. Le immagini sono quelle dell’articolo di contromaelstrom.

“Piazza Fontana 1969: la strage è di Stato… e le falsificazioni continuano”

Ho visto il film di Marco Tullio Giordana “romanzo di una strage” e l’ho trovato disgustoso, peggiore di quanto mi aspettassi, nonostante conoscessi le critiche da tempo e da molti rivolte al film e al libro di Cucchiarelli cui il film si è “liberamente” ispirato. A queste critiche rimando chi voglia conoscere maggiori particolari sulle teorie inconsistenti e sballate: le due bombe, le infiltrazioni intrecciate e sovrapposte, i profili vigliacchi e ammiccanti, la trita dialettica tra i “buoni” e i “cattivi” su cui si regge il film. (qui, qui e qui e tanti altri commenti che si trovano in rete (molti li ho letti dal blog del compagno e amico Sergio Falcone)

Non c’è molto da aggiungere, tanto forte è il senso di squallore che la visione del film suscita a chi ha attraversato quegli anni con la passione e l’urgenza di trasformare l’esistente. Una passione che ha avuto un costo altissimo per coloro che l’avevano scelta come compagna di strada. Una passione che non si trastullava con cosmogonie complottarde perché aveva da scontrarsi ogni giorno con l’apparato repressivo del potere padronale e politico.

La strage, le stragi di allora, sono state vigliacche coltellate alla schiena per noi, ma non inaspettate. Quello Stato e tutti i suoi apparati effettivi, non deviati, tra una bomba e l’altra non stavano con le mani in mano: “…tra settembre e dicembre 1969 nei conflitti del lavoro si sono avute: 8396 denunce, di cui 3325 per occupazione illegale di azienda, terreni o edifici pubblici; 1712 per violenza privata; 1610 per occupazione di binari ferroviari; 1376 per interruzione servizio pubblico,…”

Il 7 gennaio 1970 il Ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin, in una lettera al capo dello Stato, scriveva: “Dai dati che sono emersi ho tratto la sensazione che in alcuni punti e sedi private e pubbliche, dopo la conclusione delle maggiori vertenze contrattuali si stia alimentando una sorta di reazione che tenta di svilupparsi sul piano giudiziario con richiamo, tra l’altro, a norme penali superate […]. Ma questa moltiplicazione che va al di là di quella dei pani e dei pesci, è una moltiplicazione che ha un sentore politico piuttosto negativo che va rimosso se l’intenzione del governo e di tutti i cittadini di buona volontà è quella di raggiungere rapidamente la normalità nelle aziende e nei rapporti sociali“.

Gli faceva eco il dirigente del Pci e senatore Pietro Secchia che denunciava: “A dimostrare il clima di caccia alle streghe e di intimidazione che si è creato in certi ambienti […] immaginate che cosa non può accadere a danno del semplice lavoratore, del semplice bracciante, a danno dell’umile operaio…”

È facile scoprire che non si trattò solo di bombe e stragi, fu una feroce repressione praticata con ogni mezzo per fermare e annientare quel poderoso movimento che voleva trasformare il sistema sociale esistente. Il potere economico, quello finanziario, militare, ecclesiastico, giudiziario, quello familiare, ecc., non accettava di essere messo in discussione, rifiutava violentemente di confrontarsi con proposte di cambiamento.

È questa la semplice verità che si cerca di nascondere sotto la coltre di bizzarre ricostruzioni:

Lo avevamo capito già dal luglio ‘60 nel batterci contro il governo democristiano-fascista di Tambroni. Ancor più chiara fu la lezione del luglio ’62 a piazza Statuto, quando la ribellione dei nostri compagni operai in Fiat ha fatto schierare tutto il sistema dei partiti in difesa dell’ordine produttivo. Da allora li abbiamo avuti tutti contro, nelle lotte, nei sabotaggi, nei picchetti duri, nei cortei interni, nelle occupazioni di case, negli scontri di piazza… ovunque, nella rivolta di Corso Traiano nel cuore del potere della Fiat a Torino, ed era il 3 luglio 1969, molto prossimo alle bombe.

A che serve escogitare complotti e intrighi quando c’è una spiegazione comprensibile soprattutto alle nuove generazioni e si trova nella lotta tra le classi, aspra in quegli anni. Una lotta che cominciava a cambiare i rapporti di forza tra le classi e prospettava un cambiamento dei rapporti di produzione. È comprensibile che le classi dirigenti e il loro ceto politico, che di quello sfruttamento si nutrivano, non volevano accettare il cambiamento, e provarono a schiacciare il movimento che lo interpretava. I mezzi li hanno usati tutti: bombe, stragi, arresti, fucilazioni per strada e dentro le case; processi speciali e carceri speciali, condanne speciali e torture per il pentimento, pestaggi e lusinghe per la dissociazione, e pene infinite per gli altri.

La strage di Piazza Fontana, mi ricorda il buon libro di Giorgio Boatti dal titolo omonimo. Ma il triste film di Giordana mi ha ricordato un altro libro, meno conosciuto, dello stesso autore: “Preferirei di no” , ci racconta le storie di dodici professori universitari che, nel 1931, non accettarono l’imposizione di Mussolini di giurare fedeltà allo stato fascista. Dodici su 1250, pochi. Dodici che persero il lavoro e anche la libertà per non condividere le canagliate di quello stato. Forse Giordana non sa che negli anni Sessanta e Settanta furono molti più di dodici quei magistrati, poliziotti, funzionari dello stato che abbandonarono il loro posto e il loro stipendio, dirigenti di partito e sindacato che rinunciarono ai loro incarichi, perché non volevano condividere le porcherie del sistema di potere democristiano. Molti di più dei dodici degli anni Trenta, forse per la coscienza più matura, forse per il minor costo che si pagava. Lasciare la polizia o la direzione della Dc non si veniva arrestati in quegli anni. E allora perché Giordana non ci racconta come mai i suoi due eroi principali (Calabresi e Moro), pur nauseati dalle schifezze cui erano immersi e consenzienti, non hanno lasciato rapidamente i loro posti e sono andati a gridare in giro ciò che avevano visto?

Penso sia superfluo ricordare che uno degli eroi del film, non solo non lasciò la direzione della Dc, ma nel 1974 fu capo di un governo (23.11.1974 – 12.02.1976 -IV gov. Moro) che partorì la maggior quantità di legge liberticide nella storia repubblicana di questo paese, prima fra tutte la omicida “legge Reale” che ha insanguinato le strade con centinaia e centinaia di morti ai posti di blocco; un governo che ha bloccato la “riforma carceraria” e che ha dato mano libera ai padroni per licenziare i lavoratori più attivi. ecc., ecc.

 

 

“Cattivi per sempre – Voci dalle carceri: viaggio nei circuiti di Alta Sicurezza” (Edizioni Gruppo Abele) è il libro di Ornella Favero . direttrice di Ristretti.it e presidente nazionale della Conferenza Volontariato e Giustizia – che l’autrice stessa presenterò domani pomeriggio a Genova (17.15 alla Casa della giovane, piazza Santa Sabina): un’occasione per saperne di più sul carcere: chi e perché ci entra, cosa succede quando/se se ne esce.

Esistono, fortunatamente, molte realtà che si occupano del carcere e lo fanno ovviamente nel modo e dal punto di vista che ritengono più corretto. Credo che questa diversità di vedute ed azioni  costituisca una ricchezza, sempre che alla base vi sia la consapevolezza che nelle carceri ci sono donne ed uomini che vanno sostenute/i quotidianamente, i cui bisogni e diritti che vanno soddisfatti/tutelati (anche) oggi. Chi dimentica questo rischia di fare della grande accademia, forse, ma sulla pelle della popolazione detenuta. Penso perciò sia opportuno utilizzare tutti gli strumenti disponibili per sottrarvisi e per migliorare continuamente le condizioni di chi è costretto a restarvi per periodi più o meno lunghi. La lotta contro l’ergastolo, e contro quell’infamia che è l’articolo 41bis – una vera e propria pena di morte quotidiana – alla cui base c’è il più abietto dei criteri: vendi qualcuno perché prenda il tuo posto.

Oggi, per dare concretezza a quanto ho cercato di dire, vi propongo due realtà molto diverse tra loro – l’associazione Granello di senape e contromaelstrom -. a mio avviso di grande interesse e utilità.

L’Associazione di Volontariato “Granello di Senape Padova”, nasce a Padova nel 2004, rifacendosi all’esperienza dell’Associazione-madre, “Il granello di senape”, che ha sede a Venezia. L’associazione gestisce il “Centro di Documentazione Due Palazzi”, attivo nella Casa di Reclusione di Padova, che offre servizi d’informazione (attraverso la rivista “Ristretti Orizzonti” e i siti internet www.ristretti.it e www.ristretti.org) e al quale cooperano oltre sessanta persone, tra detenuti e volontari esterni. Al suo interno ci sono il Gruppo Rassegna Stampa, il TG 2Palazzi e la redazione della rivista “Ristretti Orizzonti”. Per saperne di più cliccate qui .

La locandina per la presentazione di “Cos’è il carcere – Vademecum di Resistenza”, di Salvatore Ricciardi

Contromaelstrom, invece, è il blog di Salvatore Ricciardi, compagno romano con un lungo percorso politico che può aiutare le persone oneste intellettualmente a conoscere chi sono state/i in realtà  le compagne e i compagni che poi sono stati, anche, protagonisti di quelli che  fa comodo liquidare come “anni di piombo” ad opera di un gruppetto di “terroristi”. In realtà è si è trattato di ben altra cosa, questo a prescindere dal giudizio che ognuno ritiene di darne.

Foto di gruppo storica di alcuni dei protagonisti delle lotte degli anni ’60/80, prigionieri a Bad e’ Carros. Salvatore Ricciardi è il primo a sinistra in piedi.

Salvatore Ricciardi: “Ho svolto intensa attività sindacale nella Cgil e, nel 1965 attività politica nel Partito socialista di unità proletaria (Psiup) nella sezione Garbatella.
Nel 1966, con alcuni compagni e compagne, iniziamo lavoro politico nelle fabbriche di Pomezia, un territorio che  rappresentava, nei voleri dei governi, il polo industriale di Roma e offriva notevoli facilitazioni agli imprenditori. Nel 1967 incontriamo davanti ai cancelli di queste fabbriche le compagne e i compagni del Potere Operaio di Pomezia (di cui si è persa memoria, eppure era frequentato da compagni/e molto capaci, in rapporto con Quaderni Rossi). Agli inizi dei movimenti del ’68 studentesco e operaio, proponiamo al Psiup di “sciogliersi nel movimento” per ridefinire le proposte politiche e anche gli assetti organizzativi; ritenevamo quel partito “vecchio” come gli altri e volevamo esplorare e moltiplicare i percorsi dell’autorganizzazione. Perdemmo il congresso provinciale su questa proposta (dicembre ’68), per pochissimi voti a causa dei “funzionari” che non volevano perdere il “posto di lavoro”.  Usciamo dal Psiup e proponiamo alle assemblee del movimento di gettarsi nella costruzione degli organismi autorganizzati moltiplicando una tendenza che dilagava non solo in questo paese e di cui il Cub dei lavoratori della Pirelli Bicocca era il punto di riferimento. La Fatme, la Sacet, la CocaCola, e tante altre realtà lavorative. Nel 1971 con altri ferrovieri diamo vita al Cub dei ferrovieri di Roma, che blocca il traffico ferroviario nei primi giorni di agosto 1971 e apre la sua sede nel quartiere di San Lorenzo (storico insediamento di ferrovieri) in Via dei Volsci 2, 4. Che ospiterà, di lì a poco, gli aggregati di lavoratori che si muovono sul terreno dell’autorganizzazione, per primi l’assemblea lavoratori/trici del Policlinico e il Comitato politico Enel; poi, via via, tutti gli altri.”

Quello che segue è l’ articolo postato il 10 dicembre da Salvatore Ricciardi “per l’anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani, all’esterno dei penitenziari di Cosenza, Bari e Napoli si terranno dei presidi di solidarietà per rendere visibile lo sciopero della fame dei detenuti, per dare voce alle ragioni di questa lotta. A Cosenza l’appuntamento è per le 12 di domenica sotto il carcere di via Popilia, a Bari alle 11 e a Napoli dalle 10 sotto il carcere di Secondigliano.

Altri presidi si terranno anche in altre città.

Migliaia di detenuti e tutti gli uomini ombra, digiuneranno affinché l’ergastolo, la pena di morte in vita, possa essere cancellato per sempre dal nostro ordinamento.

Assieme agli ergastolani digiuneranno familiari, intellettuali, artisti, attivisti, semplici cittadini per dare voce e dignità ad una lotta che da troppi anni viene strumentalizzata dalla politica per alimentare la fabbrica penale nell’indifferenza di buona parte della società che, ancora oggi, è convinta che l’ergastolo equivale a 25 anni di carcere.

Non lasciamoli soli!

aboliamo l’ergastolo:
Ergastolo vuol dire che la legge italiana, non in maniera esplicita, afferma l’impossibilità della rieducazione per mezzo della pena. Che cos’è infatti l’ergastolo, in particolare quello ostativo?, se non ritenere irrieducabili alcune persone?Quando il giudice scrive la parola “MAI” sulla sentenza là dove si richiede di definire il “termine” della condanna, che cosa fa? Semplicemente pronuncia un destino eterno (MAI) per quella persona.Non è altro che la presunzione divina di fermare il tempo, renderlo immobile in eterno (MAI), negare ogni modificazione, ogni trasformazione sia del contesto, sia del condannato, sia delle leggi, sia delle istituzioni.Nessuna pena è rieducativa o risocializzante. Le pene sono soltanto punizioni vendicative e terrorizzanti.

Ma l’ergastolo non è nemmeno una punizione, poiché ha la presunzione di essere un giudizio eterno, ambisce di sostituirsi a un ipotetico dio!Qui le leggi e le istituzioni inciampano! L’ergastolo è soprattutto il riconoscimento dell’incapacità delle istituzioni di ricostruire legami sociali infranti; è il fallimento del progetto di integrazione sociale, che si suppone essere caratteristica fondamentale dello stato di diritto.

L’ergastolo è solo una ubriacatura di potere delle istituzioni che, per mezzo del sistema sanzionatorio, portato all’estremo, si sentono autorizzati a disporre del corpo altrui a proprio piacimento. Mutilando e sopprimendo.
Da una lettera dal carcere di 50 anni fa:”…mi trovavo all’ergastolo di Porto Azzurro dove, per quale legge non l’ho mai capito, al prossimo “liberato” venivano fatti scontare gli ultimi quindici giorni nell’isolamento, cioè in una cella da solo dove gli venivano così impediti i contatti con gli altri detenuti. A distanza di qualche mese si apprendeva che il tizio uscito in tale data, non era a casa sua, ma in casa di cura o in manicomio!
Una volta che chiesi a un sottufficiale il motivo dell’isolamento, mi rispose: “si ritiene necessario per evitare che si possa consegnare, al liberante, degli scritti da portare fuori clandestinamente e soprattutto per evitare, a chi resta, lo spettacolo della partenza. È dannoso – mi diceva – per chi ha molto da scontare, vedere spesso qualcuno che lascia il carcere mentre egli non può”.[lettera dal carcere di Alessandria, 30 maggio 1968]
L’ergastolo è barbarie pura, ABOLIAMOLO!!!”  – PRESIDI DI SOLIDARIETÀ PER L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO. Domenica 10 dicembre.

Questo invece, è un dialogo dalla rubrica “piccoli assurdi” (Ristretti, n. 0)

Logico?

A: È molto difficile sorridere?!

B: Sì… È molto difficile!

A: Ma perché è così difficile ?

B: Non lo so!

A: Come fai a dire che e difficile sorridere?

B: Per esperienza!

A: Esperienza di che tipo?

B: Il passato!

A: Sì… Ma il passato, bene o male, ce l’abbiamo tutti, il tuo è stato traumatico?

B: No, non è stato traumatico. Cioè sotto certi punti di vista, per opinione di qualcuno, può essere stato anche traumatico, ma secondo me non lo è stato!

A: Ma scusa… Ti puoi spiegare meglio, non ti capisco!

B: Neppure io mi capisco, eppure vivo ancora!

A: Ma sei sicuro di stare bene?!

B: E chi ti ha detto che io sto bene?!

A: Ah…nessuno!

B: E allora…

A: E allora cosa?!

B: Allora niente!!

A: Senti caro…

B: No, io non sono il caro di nessuno!

A: OK, scusa! Adesso però cerchiamo di riprendere il filo logico del discorso…

B: Quale discorso?

A: Mah…non lo so, un discorso qualunque, purché sia logico!

B: Se riesci a trovare qualcosa di logico potremmo anche parlare di qualcosa.

A: Non so…parliamo di carcere?!..

B: Ah…per fortuna che dovevamo parlare di qualcosa di logico!!! Spiegami cosa c’è di logico nel carcere?

A: Ma…il carcere è il posto dove uno sconta uno sbaglio fatto danni della società. Chi sbaglia finisce in gabbia.

B: Sei sicuro che tutti quelli che sbagliano finiscono in carcere?

A: Sì! La maggior parte.

B: Scusa!? Ma dove hai vissuto sino ad oggi?

A: Un po’ di qua e un po’ di là!

B: Mi sa tanto che ti sei perso …

Il carcere è tutt’altra cosa: innanzi tutto non ci finiscono tutti quelli che sbagliano, ma ci finiscono solo i più sfigati. E poi se uno sbaglia, cioè se uno fa un torto 0110 società, perché deve finire in carcere?!

Mettiamo il caso che io e te fossimo dei conoscenti, io faccio un torto a te! Non so… ti rubo l’auto …

A: Eh, proprio la macchina!!! portati via qualcos’altro, ma la macchina mi serve!

B: No, no…mettiamo che ti rubo ‘sta benedetta macchina, tu mi scopri, ma la tua macchina l’ho già venduta…

A: Che presto che hai fatto!

B: Ma no, tu lo scopri dopo qualche giorno…

A: Ma dove ti devo seguire…

B: Eddai, volevi fare un discorso serio… cerca di capire Quello che sto tentando di spiegarti! Allora: ti ho rubato l’auto e tu dopo pochi giorni mi scopri. A questo punto tu cosa preferiresti?! Che io ti restituissi la macchina con sopra gli interessi per il disturbo che ti ho recato, oppure vorresti allontanarmi, chiudermi in una gabbia, ma non essere risarcito del danno?

A: Ma…è meglio se mi ridai la macchina, mi fai da servo per qualche giorno…e poi te ne puoi andare dove vuoi, se ci sarà un altro fesso come me a cui riuscirai a portar via la sua macchina te la vedrai con lui. Sì, ma cosa c’entra ‘sto discorso col carcere?!

B: Ma allora non hai capito nulla?!

A: Poco!

B: La conosci la legge del taglione, occhio per occhio e dente per dente?

A: Più o meno, ma cerca di spiegarti meglio, non ti seguo!

B: E dove vuoi seguirmi… sei senza auto!

A: Sì, ma tanto tu sei in carcere …

 

Antimilitarismo, antifascismo, lotta contro violenza sessuale e trans-omofobica, contro la repressione e il carcere etc. sono tutte pratiche di fondamentale importanza per cercare di arginare/rallentare la barbarie totale verso cui ci stanno conducendo, ma destinate ad essere neutralizzate con l’azione congiunta di mass media, ricatto del posto di lavoro e repressione.  Occorre quindi, credo, analizzare tutti i fenomeni contro i quali ci si batte in una visione unitaria, essendo tutti pezzi di un meccanismo spietato che farà di noi o schiavi o ribelli fatalmente destinati alla sconfitta. La campagna di Repubblica (e L’Espresso) sul pericolo neofascista è, da questo punto di vista, esemplare, basti pensare a questo titolo “L’isola naziskin che fa paura alla Genova rossa”: un colpo al cerchio e uno alla botte. Come una ciliegina sulla torta arriva la sceneggiata di poche ore fa di Forza Nuova sotto la sede del quotidiano. Chiudo queste mie brevi riflessioni ringraziando l’Assemblea Antimilitarista di Femministe & Lesbiche” per la eloquente immagine, e proponendovi due interessanti articoli su come il militarismo e la cultura della guerra si stiano facendo sempre più presenti, raccogliendo anche ampi consensi. Le vignette sono state scelte da me.

Zic.it 5 dicembre 2017  – Il Motor Show va alla guerra

“Alla kermesse inaugurata sabato grandi e piccini possono ammirare anche mezzi d’assalto e corazzati delle forze armate. Ma sì, perché brontolare ancora di antimilitarismo, si meriteranno un po’ di visibilità, no?! Uh, ops…

Zic.it

Gli appassionati di armi e veicoli militari hanno di che divertirsi in questi giorni in Fiera. Non è la prima volta che i militari partecipano all’expo dei motori, ma stavolta lo schieramento, in particiolare di Esercito e Carabinieri, è quello delle grande occasioni. Il menu prevede tra i piatti forti un monopattino a motore cingolato (non scherziamo), una motoslitta, gommoni d’assalto, moto multistrada e naturalmente vari veicoli corazzati. Il tutto esposto in ben 900 metri quadrati di stand. E poi la possibilità di provare un simulatore di volo, lanci col paracadute, dimostrazioni di guida di veicoli Lince.

Suvvia, non è più tempo di brontolare sul paese che ripudia la guerra, l’Iraq e i no-war “seconda potenza mondiale” sono storia vecchia, e la Libia… quella era colpa di Sarkozy, mica dell’Italia. Perché mai, in questi tardi anni dieci, a famiglie e ragazzini che da mezza Italia arrivano nel cuore della Motor Valley per dar libero sfogo alle lor passioni più rombanti dovrebbe esser negato di ammirare i prodigi della tecnica bellica tricolore? Ormai le occasioni di visibilità scarseggiano: archiviata la parata del 2 giugno sul Crescentone, pressoché cancellate dalle cronache le missioni (in corso da un decennio abbondante) in Libano, Afghanistan e Iraq, quando si parla più dei militi?

 

Lavocedeltrentino.it

Ah sì: quando stuprano studentesse americane, quando espongono bandiere naziste, quando finiscono sotto processoaccusati di aver pestato a morte un trentenne…

umanitanova.org 4 dicembre 2017  I mercanti d’armi sono sbarcati a Torino

“Il 29 e 30 novembre si è svolto all’Oval Lingotto di Torino “Aerospace & defence meeting”, mostra mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra.

La settimana si è aperta il 28 novembre con un convegno dedicato alla trasformazione digitale e all’industria aerospaziale 4.0
Un’occasione per valorizzare le eccellenze del made in Italy nel settore armiero, in testa il colosso Leonardo, con un focus sulle aziende piemontesi, leader nel settore: Thales Alenia Space, Avio Aero, UTC Aerospace Systems.

In nottata intorno alla sala incontri di via Nino Bixio sono apparse lunghe file di frecce rosse e manifesti sulla recinzione è stato appeso uno striscione con la scritta “No all’industria bellica. No ai mercanti di morte”.Scritte anche sull’Alenia Thales Space di Torino.

La mostra-mercato, che si svolge da ormai quasi dieci anni con sede a Parigi e a Torino, era riservata agli addetti ai lavori: fabbriche del settore, governi e organizzazioni internazionali, compagnie di contractor. Quest’anno hanno partecipato 870 aziende e i rappresentanti di 26 governi. Si sono svolti 6.000 incontri diretti per stringere accordi di vendita.
Tra gli sponsor del meeting spiccano la Regione Piemonte, il Comune di Torino, la Camera di Commercio subalpina.
Le pagine locali ne hanno parlato sommessamente nelle pagine interne. L’articolo uscito su “La Stampa” sorvolava ipocritamente persino sul core business del mercato.

Il 29 novembre, primo giorno della mostra, l’assemblea antimilitarista torinese ha dato vita ad un presidio informativo nella centralissima via Po, con una micro mostra di armi, numerosi cartelli, striscioni e volantini e interventi sulla mostra, sulle missioni di guerra dell’Italia, sulla spesa di guerra, la militarizzazione delle nostre città.

L’industria bellica è un business che non va mai in crisi. L’Italia fa affari con chiunque.
A Torino e Caselle c’è l’Alenia, la cui “missione” è fare aerei militari tra cui spiccano gli Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe. Le ali degli F35 sono costruite ed assemblate dall’Alenia a Cameri, paesino alle porte di Novara.
Giocattoli costosi che hanno un unico impiego: uccidere.
All’aerospace and defence meeting hanno venduto, oltre a F 35 e Eurofighter Thyphoon, anche droni nEUROn da guerra, satelliti spia, elicotteri Awhero, sistemi ISTAR per sorveglianza, riconoscimento ed acquisizione degli obiettivi, MC-27J Praetorian per i trasporti bellici, gli Hitfist, cannoni per tank e navi… e tanti alti gioielli dell’industria bellica italiana e internazionale.

Di seguito alcuni stralci del volantino distribuito in città:
“L’Italia è in guerra da decenni ma la chiama pace, per giustificare le città distrutte, i corpi dilaniati, i bambini spauriti, i migranti che muoiono in viaggio. La chiamano pace ma è occupazione militare, bombardamenti, torture e repressione.
Per trarci in inganno trasformano la guerra in filantropia planetaria, le armi in mezzi di soccorso.
Gli stessi soldati delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa, sono nel Mediterraneo e sulle frontiere fatte di nulla, che imprigionano uomini, donne e bambini.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Le sostiene la stessa propaganda: le questioni sociali, coniugate in termini di ordine pubblico, sono il perno su cui fa leva la narrazione militarista.

Gli uomini, donne, bambini che premono alle frontiere chiuse dell’Europa nascondono una verità cruda ma banale. Le guerre sono combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case.
L’Europa ha pagato miliardi al governo turco, l’Italia foraggia i trafficanti libici perché blocchino le partenze, chiudendo uomini, donne e bambini in lager dove stupri, torture e morte sono il pane quotidiano. Gli esecutori sono a Tripoli o a Sabratha, i mandanti siedono in parlamento.

Lo Stato italiano investe ogni ora due milioni e mezzo di euro in spese militari.
Le prove generali dei conflitti di questi anni vengono fatte nelle basi militari sparse per l’Italia.
La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni sono maturate esperienze che provano a saldare il rifiuto della guerra con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi, gli antimilitaristi sardi che lottano contro poligoni ed esercitazioni. Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono ricette universali, c’è chi si oppone alla militarizzazione delle periferie, ai rastrellamenti, alle deportazioni.

Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.”

Foto e approfondimenti qui:

www.anarresinfo.noblogs.org

Rilancio questo articolo (il terzo, degli altri due trovate il link nel testo) da militantduquotidien.wordpress.com sull’esperienza dello Spazio Autogestito Guernica (che nel frattempo ha occupato il Cinema Cavour 50) e dell’Ex Cinema Olympia, conclusasi – almeno per ora – con lo sgombero sbirresco; nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire. Da tempo ormai media e istituzioni sembrano aver “scoperto” il crescente rigurgito fascista (fino a ieri la chiamavano nuova destra) ma si guardano bene dall’ andare oltre. Merita perciò di essere sottolineata la lucidità dell’analisi che trovate nell’articolo, di cui questa è un significativo passaggio: “… Il fatto però è un altro. È che mentre i sogni si uccidono prima dell’alba, cancellando ogni possibile alternativa dallo spazio del consentito, altre forze si organizzano entrando tranquillamente dalla porta principale. Sarebbe bello se il vento impetuoso del nazionalismo, della xenofobia, della paura sociale e dell’odio verso i poveri fosse sospinto esclusivamente dalle nuove destre e non fosse invece alla base degli indirizzi politico/sociali di stampo europeo e incarnati, in Italia, nell’azione e nella faccia del Ministro Minniti.…”.

Militantduquotidien

“E’ difficile ridurre all’obbedienza chi non ama comandare”

Modena, la città dove i sogni si interrompono ancor prima dell’alba.

“¿Qué es la vida? Una ilusión,
una sombra, una ficción,
y el mayor bien es pequeño:
que toda la vida es sueño,
y los sueños, sueños son.” 
Pedro Calderón de la Barca, La vida es sueño

Questo è il terzo capitolo sull’Ex Cinema Olympia occupato ospitato qua sopra (2), quello che non si sarebbe mai voluto scrivere. Ma era nell’aria, lo si sentiva chiaramente. In città le vie vanno chiuse, le possibilità sequestrate, la partecipazione integrata unicamente ad alimentare la paura sociale e le idee di riscatto e di emancipazione, la loro storia, nascoste dietro ai cordoni della celere prima di essere cancellate definitivamente dal dibattito pubblico.

Duole scrivere queste righe amare ma occorre farlo e non tanto perché faccia male ciò che è andato in scena ieri, 30 novembre 2017 a Modena, quanto piuttosto per dare un metro, preciso per quanto più possibile, al tempo in cui viviamo.

Ieri, in fin dei conti, non è successo nulla di inimmaginabile ed è proprio questo il punto. Che Muzzarelli non fosse altro che un arrogante Podestà e nient’altro, non lo abbiamo scoperto di certo ieri, il patentino di piccolo despota locale se l’era già guadagnato sul campo l’undici maggio del 2016, in una giornata che fu devastante da un punto di vista civile, morale e sociale nonché per gli assetti di tenuta democratica in quel di Modena, spazzati via in un sol colpo senza produrre, da allora, alcuna adeguata riflessione in seno alla città.11maggioIeri non è successo nulla di “strano”, di “inimmaginabile”. Sono entrati prima dell’alba, come ladri qualunque ma ben più attrezzati e numerosi, con blindati scudi e  manganelli, hanno bloccato quasi interamente via Malmusi e parte di Trento Trieste con significativi disagi alla circolazione stradale (causando anche un paio di significativi rallentamenti ad un paio di ambulanze con le sirene spiegate [sig!]) ed hanno ucciso così l’esperienza dell’Ex Cinema Olympia occupato, nella quiete ovattata di un giovedì mattina.

Forse lo sentirete sussurrare solo qua e in una frase lapidaria su un articolo della Gazzetta ma, ancora una volta e sta diventando l’abitudine in città, non si è consentito ai giornalisti di accedere e documentare le operazioni di sgombero. Piccoli segnali che tanto non produrranno alcun dubbio né alcuna indignazione tra le file degli scribacchini locali. Chissà magari si sarebbe potuto assistere e raccontare del piccolo cortocircuito istituzionale, quando i muratori hanno cominciato a murare gli ingressi laterali dell’edificio e a sigillare l’entrata principale, con la funzionaria del tribunale preoccupata che l’intervento non rovinasse nulla di un edificio vincolato dal 2008 dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici. Ma sai, la legalitahh è un viaggio a senso solo e lo sgombero si fa preventivo. tribCome si poteva leggere sulla Gazzetta di oggi: “È stata l’occupazione che ha attirato più visitatori, creando un contatto tra il collettivo e i modenesi. Ma proprio questa curiosità ha spinto le autorità a sostenere il pericolo imminente. Ieri il procuratore capo Lucia Musti ha sottolineato che, oltre alla solita denuncia per occupazione abusiva, questa volta si è arrivati al sequestro preventivo. Chiesto dal pm Marco Niccolini e autorizzato dal gip, il sequestro dell’Olympia nasce dalla necessità di evitare il peggio. Come una strage da crollo.” [sig!]  Verrebbe quasi da morir dal ridere se non si ignorasse completamente di chi si sta parlando.

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Ah sì, poi c’è ovviamente la legalitahh! Prendiamo e copiamo direttamente da alcuni commenti sulla pagina Facebook di #mobastacemento : 

dal D.lgs. 42/2004 “Codice dei beni culturali e del paesaggio” Capo VII – Espropriazione
Art. 95. Espropriazione di beni culturali
1. I beni culturali immobili e mobili possono essere espropriati dal Ministero per causa di pubblica utilità, quando l’espropriazione risponda ad un importante interesse a migliorare le condizioni di tutela ai fini della fruizione pubblica dei beni medesimi.
2. Il Ministero può autorizzare, a richiesta, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali nonché ogni altro ente ed istituto pubblico ad effettuare l’espropriazione di cui al comma 1. In tal caso dichiara la pubblica utilità ai fini dell’esproprio e rimette gli atti all’ente interessato per la prosecuzione del procedimento.
3. Il Ministero può anche disporre l’espropriazione a favore di persone giuridiche private senza fine di lucro, curando direttamente il relativo procedimento.
Art. 30. Obblighi conservativi

1. …
2. …
3. I privati proprietari, possessori o detentori di beni culturali sono tenuti a garantirne la conservazione.
Art. 32. Interventi conservativi imposti
1. Il Ministero può imporre al proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo gli interventi necessari per assicurare la conservazione dei beni culturali, ovvero provvedervi direttamente.

 

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Ah sì, già è vero la legalitahhGlu, glu glu, glu, si affoga, nel blu dipinto di blu.

Il fatto però è un altro. È che mentre i sogni si uccidono prima dell’alba, cancellando ogni possibile alternativa dallo spazio del consentito, altre forze si organizzano entrando tranquillamente dalla porta principale. Sarebbe bello se il vento impetuoso del nazionalismo, della xenofobia, della paura sociale e dell’odio verso i poveri fosse sospinto esclusivamente dalle nuove destre e non fosse invece alla base degli indirizzi indirizzi politico/sociali di stampo europeo e incarnati, in Italia, nell’azione e nella faccia del Ministro Minniti.

Già oggi, l’unica “partecipazione attiva” dei cittadini consentita è quella suggerita proprio nelle maglie e tra i principi della legge Minniti la quale prevede un “ruolo” e un coinvolgimento di reti territoriali di volontari nella lotta al degrado e nella tutela dell’arredo urbano. Un’intruppamento della “partecipazione” che ricorda da vicino altre epoche, terribili.

Per tutte le altre abbiamo la legalitahh e il manganello. E come potremmo mai  descrivere le scene viste ieri pomeriggio davanti al Comune, con tre file di celere poste a difesa di una  scalinata, con tutta la Questura di Modena mobilitata al gran completo e con la Digos che accompagnava una delegazione al “tavolo delle trattative” con gli assessori Bosi e Cavazza e che sarebbe rimasta se non si fosse chiesto espressamente di farli uscire, come possiamo chiamare tutto ciò? C’è – e se si osserva con attenzione è pure evidente – un fascismo latente che prima ancora di essere riconosciuto come tale avrà già esteso le proprie metastasi in tutta la città. Eccessivo? A metà ottobre, Alessandra Daniele su Carmilla descriveva così la situazione del Paese:

“Dieci anni fa nasceva il PD. Oggi si presenta nella sua forma compiuta.
Nazisti senza svastica. Burocrati dello sterminio, amministratori dello schiavismo.
In patria, dove il lavoro minorile da illegale è diventato obbligatorio e gratuito, e dove i precari sul posto di lavoro non sono più autorizzati nemmeno a pisciare, a bere, a sedersi, come durante una sessione di tortura.
All’estero, nei campi di concentramento subappaltati alle milizie libiche, i nuovi ascari dell’Impero. La Soluzione Finale al problema immigrazione, il regalo del governo Minniti per il compleanno del cosiddetto Partito Democratico.
L’albero si riconosce dai frutti.
Fascisti senza divisa, golpisti bianchi che in pieno accordo con Berlusconi e Lega impongono una legge elettorale incostituzionale, disegnata apposta per rendere il voto non impossibile, ma definitivamente inutile, ratifica di scelte insindacabili già fatte altrove, per seppellire il cadavere della Democrazia, e produrre un altro parlamento commissariato dall’establishment del quale sono i volenterosi carnefici.”

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Sempre a metà ottobre, a ridosso dell’assemblea di quattro comitati riuniti tra cui #mobastacemento, che si svolse in una Polisportiva della Madonnina piena per l’occasione, avvertivamo il sospetto che qualcosa non tornasse del tutto e che uno stregone si aggirasse per la cittàIMG_20171129_212518 Si scriveva allora:“Terra dei Padri” presenzia in buon numero così come Forza Nuova col suo referente provinciale e qualche tirapiedi – di loro, stranamente, non si accorgerà nessun giornale, manca il centrodestra scriverà addirittura un Leonelli codino su “La Pressa” [sic] – e infine la Digos attenta e presente con la quale, coi primi, all’uscita, non mancheranno i chiari segnali d’intesa, quasi di complicità verrebbe da dire. La sensazione in sala è sgradevole, alle lucide parole del comitato #mobastacemento e alle sacrosante denunce degli altri, si accompagna la suggestione che un enorme cadavere aleggi tra gli astanti. A testimoniarlo, la nutrita presenza di avvoltoi necrofagi che, in quell’occasione, non hanno sentito nemmeno il bisogno di indossare la maschera da tribuni della plebe perché consapevoli del fatto che per loro sarà sufficiente sedersi sulla riva del fiume ad attendere che passi il cadavere. Spettri che assumeranno caratteristiche precise quando, il 15 dicembre, a Modena tornerà a marciare compatta una destra unita (da Forza Italia a Forza Nuova, da “Terra dei padri” al Fronte Veneto Skinhead) sotto le insegne del No Ius soli e che facilmente vedrà la partecipazione di soggetti di questo calibro.    modenaantifa

Credere che tra questi soggetti e istituzioni esista un qualche conflitto è l’errore più facile da commettere. Fascisti e istituzioni sono sì in competizione tra loro ma per la gestione di uno status quo che peggiora di giorno in giorno ed è una competizione questa, agita esclusivamente sulle spalle di chi lotta per una diversa qualità della vita e per un cambiamento reale nelle dinamiche di gestione della città. O credete veramente che esistano ancora molti margini d’azione all’interno delle istituzioni dello Stato per chi deve barcamenarsi in un percorso di alternanza scuola-lavoro o tra i lavoratori della logistica che si ritrovano esclusi anche dalle forme minime di partecipazione quali il voto?

cgilcastefrigoLa crescente criminalizzazione di qualsiasi lotta operaia che fino al gennaio scorso era riservata esclusivamente ai sindacati di base come il SiCobas oggi viene applicata scientificamente pure alla Cgil. E ripensando al pavido comportamento di quel sindacato modenese lo scorso febbraio, quando si trincerò nel silenzio più eloquente mentre un questore negava l’autorizzazione ad una manifestazione nazionale di un sindacato (sì è già successo e dovesse ricapitare non sarebbe già più inimmaginabile) non si può non pensare alla massima che dio acceca coloro che vuol perdere!

Muzzarelli e la sua Giunta stanno cementando tutto il loro scarno consenso  nella costruzione (in gran parte virtuale ) di una rappresentazione della città in stato di emergenza permanente, assediata dal degrado e dalla microcriminalità. E fa nulla che a Modena, di legale, non ci sia nemmeno l’aria che si respira. La sicurezza porta voti, economici, gli unici che possono arrivare senza mettere troppo in discussione il tessuto produttivo della città e gli interessi di quei grandi gruppi ai quali l’amministrazione cittadina è completamente genuflessa (Cmb in pole position).

La legalitahh a Modena viaggia velocità molto distinte. Inflessibile per chi agisce creando spazi di partecipazione, riscoprendo e valorizzando una parte della Storia della città (dentro al cinema Olympia pare si tenne il primo concerto a Modena in cui si sperimentò l’utilizzo della batteria – seconda metà degli anni ’50) a  costo zero, blanda se non proprio cieca verso chi, guadagnando, abbandona amianto e mette a rischio la salute dei cittadini.

Se vi è un dato che si è potuto constatare nelle tre settimane di vita dell’Ex Cinema Olympia occupato è sicuramente quello dell’eterogeneità assoluta del bisogno, a Modena, di spazi sociali reali. Per ogni serata che vi è stata organizzata all’interno, l’Ex Cinema ha visto la partecipazione di una componente sociale differente, ugualmente bisognosa di riscoprire momenti di socialità autoprodotti nonché di riappropriarsi di un bene che è comune e memoria della città. Dall’hip hop di Hit the Beat con una componente prettamente giovanile, alle serata di lettura che hanno richiamato 40-50enni, dagli spettacoli di burattini per i più piccoli fino alle serate djset che hanno spostato avventori anche dai bar e dalle polisportive di periferia l’avventura dell’Ex Cinema Olympia è stata un susseguirsi di energie inespresse che la città non crederebbe mai nemmeno di avere. Le iniziative erano tantissime e la programmazione del cinema si allungava di giorno in giorno, con una rete di relazioni che si arricchiva attraverso la compartecipazione.

Allora perché uccidere quest’esperienza, senza alcun dialogo preventivo, perché ammazzarla così, prima dell’alba, come ladri nella notte?

“Il disastro per le periferie non è l’abbandono. Nell’abbandono prosperano le attività criminali, ma anche autogestione e mutuo supporto. Gli spazi lasciati liberi dal controllo istituzionale permettono un certo grado di gestione collettiva del territorio, che in alcuni casi può riuscire anche a controllare, o a contenere, la diffusione della criminalità e della droga. Il disprezzo, invece, è il sistematico supporto delle istituzioni alle forze più antisociali e predatorie della città, che usano a proprio vantaggio i bisogni dei settori più deboli, e che quindi desiderano che i loro problemi non siano mai risolti. “ (Da qua)

È l’esperienza di Nuova Ostia a risponderci incastrata tra ‘malavita’ e Casapound.

Con tutti i dovuti distinguo e le evidenti distinzioni Modena sta per intrufolarsi in un vicolo cieco molto simile. Le città, oggi, sono uno stabilizzatore del capitalismo mondiale e Modena non fa eccezione. Stretta nella morsa di un tessuto produttivo sempre più estrattivo ed esigente tanto a livello sociale che ambientale e una competizione “politica” cittadina senza alcuna reale alternativa si sta incamminando inconsapevolmente verso il punto di non ritorno.

Viene da chiedersi se questa città la conservi ancora una memoria e se definirsi modenesi oggi equivalga solamente alla celebrazione di Bottura o di una Maserati che se ne sta andando o se non sia più efficace addirittura il messaggio che verrà portato in piazza il 15 dicembre, dove a coloro che son stati privati di una qualunque identità sociale, viene suggerito in maniera semplice e chiara che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. Un privilegio che non è altro che un qualcosa che già si possiede, la cittadinanza, e che ora deve apparire esclusiva ed escludente, come un qualsiasi prodotto da acquistare tra gli scaffali del supermercato dove riecheggia la forma e non la sostanza.

Una prima risposta a queste domande l’avremo già questa domenica, alla manifestazione cittadina contro gli sgomberi e per gli spazi sociali promossa dopo la chiusura, per mano militare, dell’Ex Cinema Olympia occupato.

Ore 15, Piazza Matteotti.

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Nella mappa, disastrata, dell’accoglienza in Italia l’iniziativa delle persone solidali é spesso l’unica risposta positiva ad un problema che troppo spesso le autorità preposte considerano un problema di degrado e/o di ordine pubblico. Oggi vi propongo la vicenda di Pordenone, raccontata direttamente  dalla Rete Solidale di Pordenone. La scelta delle immagini e le didascalie sono opera mia. 

L’immagine é tratta dalla pagina fb della Rete con questa presentazione “Dedicato a @Carolina Farinaro e alla sua solidarietà. Dedicato ad @Abdul Qayum Sial e al suo impegno. Oggi è una bella giornata!”

CRONISTORIA

La vicenda dei richiedenti asilo “per strada” a Pordenone comincia nel tardo autunno 2014 con i primi arrivi dalla rotta balcanica.
I posti in accoglienza erano già saturati soprattutto dai richiedenti arrivati mesi prima da Lampedusa con l’operazione Mare Nostrum e dalla precedente emergenza NordAfrica.
Gli attivisti hanno cominciato a portare teli di plastica e coperte per riparare i richiedenti asilo arrivati a dicembre, che dormivano nel parchetto della Caritas.
I numeri sono velocemente aumentati e così hanno trovato riparo nei locali dell’Associazione Immigranti di Pordenone dove hanno sostato per mesi dormendo sul pavimento, con un solo bagno arrivando fino a 74.
Sgomberati e collocati in accoglienza una parte nel settembre del 2015.
Accolti in alcune case degli attivisti e nella sede di Rifondazione Comunista per un breve periodo fino a quando i numeri hanno ricominciato a lievitare ed è stata allestita una tendopoli al Parco San Valentino, in città.
Contemporaneamente nasce una rete spontanea di persone che si occupano sia dell’aiuto materiale ai rifugiati, sia di dare informazioni corrette sui percorsi che devono fare per entrare in accoglienza. È la Rete Solidale di Pordenone, costituita dall’Associazione Immigrati, da vari gruppi ed associazioni e da volontari laici o delle parrocchie che lavorano insieme alla primissima accoglienza per strada di chi arriva, chiede asilo e non trova posto in hub.

Arrivati a 70 presenze, la tendopoli del parco pubblico (battezzata IL CAMP) viene smantellata e le persone collocate in varie strutture della Provincia. Dopo pochi giorni, ricominciano le presenze per strada, si inizia allora a parlare di hub e accoglienza diffusa. L’hub verrà aperto solo nel 2016, per 70 persone, in una caserma dismessa alla periferia nord di Pordenone.

Il sindaco (PD) Pedrotti

Il sindaco di allora, Pedrotti (PD) emette un’ordinanza antibivacco per impedire ulteriori occupazioni di parchi.

Ma le persone esistono e quindi i parchi della città continuano ad essere occupati, vista anche l’impossibilità da parte delle forze dell’ordine di allontanare dalla città i richiedenti asilo che già hanno fatto domanda alla Questura di Pordenone. Andandosene infatti, perderebbero il loro diritto di entrare in accoglienza.

La richiesta principale della Rete Solidale e dei richiedenti asilo, fin dall’inizio, è stata l’apertura di un Centro di Accoglienza o di un dormitorio pubblico, per offrire riparo alle persone provvisoriamente senza tetto, non distinguendo fra italiani e stranieri per strada, anche in considerazione del fatto che sempre più c’è e ci sarà una percentuale di italiani in situazione di disagio.

Le persone esistono….

Le cose vanno avanti passando da un luogo all’altro, sempre o sgomberati o con interventi da parte della Prefetta che di tanto in tanto spostava gruppi di richiedenti asilo in altre città.

Questi passaggi di luogo in luogo, hanno portato i rifugiati a una situazione sempre più marginale e di invisibilità in città, con un progressivo allontanamento dal centro, dai parchi a una zona centrale ma urbanisticamente “deserta” come il cosiddetto Bronx, dove c’è stato nell’inverno 2016, l’ultimo grosso concentramento semivisibile dei richiedenti e una capacità collettiva di richiedere con forza un ricovero per l’emergenza freddo, alla situazione attuale di totale invisibilità degli stessi che sono stati letteralmente cacciati ai margini della città.

In questo momento la situazione è: circa una 70 di persone che dormono letteralmente o nei fossi sul ciglio della strada che fronteggia l’hub, o in seminterrati e parcheggi dispersi e nascosti in giro per la città, in continuazione svegliati di notte e fermati di giorno, con i loro pochi effetti personali, con coperta e/o sacco a pelo che vengono spessissimo sequestrati. Identificazioni e sequestri quasi quotidiani, anche quando dormivano tutti insieme al Bronx.

CLIMA POLITICO CULTURALE A PORDENONE

Il nuovo sindaco, Ciriani, “degno” successore di Pedrotti

Un po’ prima che l’assembramento del Bronx venisse disperso (nell’aprile 2017) è cambiata l’amministrazione comunale che ha continuato le politiche del primo sindaco ma in modo molto più aggressivo ed esplicito, con una campagna stampa massiccia contro i rifugiati visti unicamente come un problema di ordine pubblico e decoro e un continuo tentativo di criminalizzazione dei volontari e della Rete Solidale, indicati come “scafisti di terra”, additati come interessati a far confluire i rifugiati a Pordenone, ripresi con TV e smartphone, dileggiati quotidianamente attraverso una rete televisiva locale (TPN) e sui social, dove il sindaco interviene quotidianamente aizzando e indirizzando l’opinione pubblica e sostenendo che se Pordenone ha un numero di rifugiati in accoglienza superiori a quelli previsti dalla legge sui rifugiati, è colpa di chi li chiama! 
La Rete ha sempre sostenuto l’accoglienza diffusa e chiesto al sindaco e alla prefettura di attivarsi in tal senso. Ma è ovvio che essendo Pordenone sede dei servizi essenziali per i richiedenti asilo, questi ultimi preferiscono stare in città.
Il giornalista di Tele Pordenone in un video, fa un giro riprendendo i luoghi della città abitati dai rifugiati e invitando i cittadini senza divisa a intervenire, visto che chi ha la divisa non interviene a sufficienza.

LA PORDENONE SOLIDALE

La Rete Solidale e i cittadini di Pordenone in una delle numerose manifestazioni indette

Oltre alla Rete Solidale, sul territorio sono presenti anche le forze del volontariato cattolico e altri volontari laici che quotidianamente si occupano dei bisogni primari dei rifugiati. Una parte dei cattolici, dopo la permanenza di circa 1 mese e mezzo di una cinquantina di rifugiati fuori da una chiesa durante l’inverno del 2015, hanno cominciato a chiedere l’apertura delle parrocchie che si è concretizzata dopo la fine dell’emergenza freddo, dando così ricovero ai richiedenti in strada (con grande collaborazione dei vari attivisti, volontari e CRI che intanto aveva iniziato a fornire un pasto serale a tutti). L’ospitalità delle parrocchie va da aprile e metà giugno 2017.
Solidali e partecipi sono anche, fin dall’inizio, Rifondazione Comunista che più volte apre la propria sede, i circoli Arci, gli anarchici dell’Associazione Libertaria Zapata che hanno raccolto fondi, manifestato con noi ecc ecc.

Dopo la bocciatura del dormitorio in luglio, l’indignazione e la solidarietà in città sono molto cresciute e accanto ai soggetti sopra descritti, si sono aggiunte altre persone che hanno costruito un tavolo di sostegno al progetto CRI del dormitorio.

STORIA DEL DORMITORIO

Come per tutti i gruppi grandi di persone, anche fra i rifugiati esiste una parte, per fortuna molto piccola, di persone con fragilità di vario genere, senza reti parentali o risorse materiali e culturali. Questo gruppo di persone fa fatica a progettarsi e più a lungo resta sulla strada, più facilmente sprofonda in situazioni di degrado, iniziando anche a bere e a usare/vendere cannabis e hashis. Accanto a queste persone, ce ne sono altre che stanno lunghi periodi sulla strada a Pordenone per rinnovare il proprio permesso di soggiorno a causa delle lungaggini della Questura. Ce ne sono altre ancora, che escono dai progetti per rigidità degli stessi (a volte basta una piccola lite); non perdono lo status di richiedente asilo e continuano quindi ad attendere (anche 15 mesi), in strada, di essere convocati dalla Commissione Territoriale di Gorizia e, se va male, continuano per circa un altro anno, l’iter del ricorso al Tribunale di TS. Nell’inverno del 2015 l’Ente gestore CoopNoncello ha dato in autogestione un suo appartamento dedicato a queste persone fuori accoglienza, che è proseguito fino all’aprile del 2017, quando ha preso corpo l’idea di aprire un dormitorio che rispondesse in modo strutturato a questa domanda e alle persone in attesa di entrare in hub, che continuavano ad oscillare periodicamente da pochi numeri a un massimo di 70 /75.
La CRI (in ottemperanza al proprio principio di reinvestire le eccedenze fatte sulla gestione dei richiedenti asilo, in progetti per gli stessi) che aveva avuto la gestione dell’hub per l’anno 2016 e che già dallo stesso inverno portava i pasti ai senzatetto, ha deciso di percorrere questa strada in accordo con gli Enti gestori che avrebbero contribuito e dato sostegno alle spese. Quindi a COSTO ZERO per la città.

Un primo posto è stato individuato in un quartiere di Pordenone, ma il Sindaco, la TV locale (TPN), Casa Pound e la Lega, hanno fatto una violentissima campagna contro l’apertura del dormitorio che avrebbe dovuto contenere anche la mensa (con gazebo e raccolta firme). La Prefetta pubblicamente disse che il progetto era buono ma sbagliato il luogo e dava mandato di trovare un altro posto più adeguato (= meno visibile).

Nel frattempo i richiedenti asilo, nonostante i continui pattugliamenti dei parchi, il sequestro dei loro ricoveri, la virulenta campagna sul decoro a tratti apertamente razzista, continuavano ad oscillare fra poche decine e il tetto di una settantina, costretti progressivamente a nascondersi sempre di più e sempre più ai margini della città, fino a finire nei fossi sulla strada di fronte all’hub e in edifici semidiroccati.

Si è costruito così un nuovo tavolo per supportare la CRI, che nel frattempo ha aperto una mensa serale nei locali del Villaggio del Fanciullo in Comina (zona periferica della città vicino all’hub), in un nuovo progetto di ricerca di un locale per il dormitorio.
Il locale è stato trovato proprio in questa zona periferica e industriale, l’accordo con il proprietario raggiunto, i’aspetto tecnico messo a punto, quello sanitario e abitativo anche. Oltre al dormitorio con le sue regole, il progetto prevedeva anche un punto per l’ambulatorio (con medici volontari), una scuola di italiano (sempre volontari) e un punto informativo per muoversi nella burocrazia e nei servizi (anche, nel caso, per il rimpatrio assistito). Il tutto di nuovo a carico CRI e supporters, e a COSTO ZERO PER LA CITTA’.

La prefetta Maria Rosaria Laganà

La risposta della Prefetta è nel suo comunicato stampa allegato e quella del Sindaco nel video. Cioè non c’è problema.
Salvo poi il giorno dopo chiedere di nuovo ai cattolici di aprire le parrocchie e a una loro risposta negativa, la decisione di cercare un nuovo dormitorio fuori città. Ufficialmente non si vuole il dormitorio in città, le parrocchie però sono in città (contraddizione) e comunque hanno enormi difficoltà logistiche, già verificate l’anno precedente.
Intanto i rifugiati e richiedenti asilo continuano a dormire in strada, sui social vicini al Sindaco e nella TV locale si bullano su quanto il sindaco abbia gli attributi (mi scuso per la volgar espressione) e il gruppo dei più vulnerabili è sempre più allo sbando con atti di autolesionismo, e addirittura la morte di uno di questi vulnerabili, Karnail Singh, indiano quarantenne, in un parcheggio per un mix di farmaci e altre sostanze. Ultimamente chiedeva insistentemente di poter tornare a casa, ma chi sta per strada normalmente non ha i soldi per farlo e la Questura, dandogli il foglio di via, non lo ha certo informato che avrebbe potuto usufruire del rimpatrio assistito.

Il video girato da Ivan Grozny,  giornalista,  tra i richiedenti asilo che vivono sulla strada: “bellissimo video per chi vuole anche ascoltare e cercare di capire.”

Pordenone A.D. 2017.Sintetizzando, nell'ordine:- a destra- sindaco A. Ciriani vs Amnesty ( https://www.amnesty.it/migranti-richiedenti-asilo-pordenone-gorizia-politiche-disumane/ )- tendopoli- sai quando dicono, "gli aiutano solo italiani, altrimenti non si aiuterebbero neppure tra loro"… ecco, no- vivere (?!?) in auto – lungo il viaggio brutalità subite (elettroshock inteso come Taser o roba del genere, c'è chi ne sa che ce lo spiegherà, ne sono certo)- arrivare aggrappati a un camion, tra le ruote- "togliergli tutto così non vengono"- il bronx- sai quando dicono, "portali a casa tua"… c'è chi lo faAvvertenze: si ride solo all'inizio. Italiano/inglese

Posted by Ivan Grozny on Samstag, 25. November 2017

Uno dei tanti manifesti per Sole e Baleno

Oggi a Genova, come in precedenza a Torino, la troupe che sta girando un filmetto su Sole e Baleno ha avuto l’accoglienza che meritava e solo grazie agli sbirri hanno potuto fare il loro sporco lavoro. Il loro obiettivo è evidente, speculare sui vent’anni dalla morte di Sole e Baleno, anniversario che cade il prossimo anno. Il nostro è quello di rendere loro quanto meno facile e gradevole possibile il loro sporco lavoro, denunciare la bieca speculazione  e lavorare per boicottare il film se/quando uscirà. 

Da inventati.org/fenix

“Il 5 marzo 1998 a Torino sono stati arrestati tre anarchici che abitavano la Casa di Collegno. Lo squat viene chiuso dalle autorità.
Contemporaneamente vengono attaccate altre due case occupate: l’Asilo è sgomberato mentre all’Alcova l’operazione non riesce.
Edoardo Massari (Baleno) Maria Soledad Rosas (Sole) e Silvano Pelissero sono accusati dal PM Maurizio Laudi di essere gli autori di alcuni attentati, avvenuti in Val Susa, contro i primi cantieri del Treno ad Alta Velocità.

Le prove granitiche di Maurizio Laudi, uno dei tristemente famosi magistrati piciisti della procura torinese, spazzate via dalla cassazione

Edoardo “Baleno” Massari

I tre arrestati si dichiarano estranei alle accuse avanzate nei loro confronti.
Immediatamente nasce un vasto movimento di protesta contro la montatura di giudici Ros e Digos, che si estende anche in altre città. Decine e decine di persone vengono intimidite, pestate, inquisite, denunciate, processate e condannate.
Televisioni e giornali, di destra e di sinistra, – in servile ossequio al potere – scatenano una canea mediatica volta alla criminalizzazione dei posti occupati torinesi e degli occupanti. Gli squatter diventano il nuovo mostro da debellare.
Il 28 dello stesso mese Edoardo Massari muore impiccato nel carcere delle Vallette.
L’11 luglio successivo muore nell’identico modo anche Soledad Rosas, lei pure in stato di detenzione.
Nel gennaio 1999 Silvano, unico sopravvissuto all’inchiesta di Laudi, è condannato a 6 anni e 10 mesi dal giudice Franco Giordana. Verrà liberato solo nel marzo 2002 dopo quattro anni di detenzione, in seguito alla sentenza della corte di cassazione che riconoscerà l’inconsistenza delle prove relative all’associazione eversiva (art. 270 bis).

Maria Soledad “Sole ” Rosas

Ora che gli abitanti della Val Susa sono “avvisati”, decolla il progetto del treno veloce. A contrastare i programmi ultramiliardari e altamente nocivi del potere, sono solo i pazzi ed i sovversivi. E finiscono male.
Seppelliti i morti, gli Assassini – premiati dallo Stato – vorrebbero dimenticare…”

Tobia Imperato, un compagno anarchico torinese partecipe delle lotte in Val Susa, ha scritto un bellissimo libro “Le scarpe dei suicidi”, un saggio sull’arresto dei tre anarchici torinesi: Edoardo Massari (Baleno), Maria Soledad Rosas (Sole) e Silvano Pellissero, pubblicato da Autoproduzioni Fenix nel 2013. Scarica il Le_scarpe_dei_suicidi

Qui trovate un articolo e alcuni video sulla vicenda dal sito machorka.espivblogs.net.

Preceduto da un intenso e capillare lavoro di preparazione, sabato 25 novembre si terrà a Roma il Corteo nazionale il cui slogan è: “Contro la violenza maschile sulle donne noi abbiamo un PIANO!”. Il giorno successivo, ovviamente sempre a Roma, si terrà l’Assemblea nazionale. L’iniziativa è stata presentata il 21 novembre a Roma, alla Casa internazionale delle Donne (Via della Lungara, 19) – sotto minaccia di sfratto da parte del comune capitolino – e a Milano, alla  Casa delle donne (Via Marsala, 8).  

Questo il documento delle organizzatrici, a seguire le immagini che illustrano, efficacemente a parer mio, il documento stesso. Quella all’interno del documento, del centro Donna L.I.S.A. di Roma, l’ho tratta dalla rete.

NON UNA DI MENO PRESENTA IL PIANO FEMMINISTA CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE E TUTTE LE FORME DI VIOLENZA DI GENERE.

Dopo un anno che ha visto al lavoro decine di assemblee cittadine, 5 assemblee nazionali e 9 tavoli tematici, la piattaforma politica e strategica costruita dal basso dal movimento Non Una Di Meno sarà presentata in diverse città, tra cui Roma e Milano. Dove la scelta della sede per il lancio del “Piano” vuole rimarcare l’importanza degli spazi femministi in un momento in cui l’esistenza della Casa delle donne di Roma è messa a rischio​ dallo sfratto ricevuto da parte del Comune.

Il Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne, che si accompagna alla manifestazione nazionale del 25 novembre a Roma, si differenzia dalla proposta governativa che oggi, 16 novembre, viene discussa nella Conferenza Stato Regioni. Se ne differenzia nei modi e nei contenuti.

Da una parte, infatti, Non una di meno ha operato con modalità partecipative e inclusive; ha valorizzato l’esperienza dei Centri antiviolenza nati e cresciuti come spazi di donne, laici e femministi, facendola propria; ha evidenziato la necessità di un approccio sistematico e non frammentario al problema.

Dall’altra, i documenti finali prodotti dall’Osservatorio nazionale contro la violenza (il Quadro strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne e Linee guida nazionali per le aziende sanitarie e ospedaliere) non sono stati condivisi con le associazioni componenti l’Osservatorio stesso, né sono stati resi pubblici i contenuti.

Dai centri antiviolenza della rete Non una di meno viene la denuncia che “il Quadro strategico riconosce l’importanza dell’autonomia delle scelte e dell’autodeterminazione delle donne, ma si riserva nei fatti il potere istituzionale di determinare le scelte delle politiche e degli interventi – Cabina di Regia nazionale e replica della stessa a livello regionale – escludendo i centri antiviolenza”.

Inoltre si sottolinea “la sostanziale incoerenza tra l’attenzione specifica posta all’interno del Quadro alle donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo per le discriminazioni e violenze a cui sono esposte, e le politiche del governo in tema di accoglienza, che rispondono a una logica di sicurezza e respingimento”.

Per conoscere le ulteriori obiezioni al Quadro del governo e i dettagli del “Piano” di Non una di meno, il movimento invita la stampa e la cittadinanza ad intervenire alle assemblee pubbliche di Milano e Roma, oltre che in tante altre città, qui il link agli eventi.

 

 

Federico Diotallevi, attivissimo ricercatore e diffusore della cultura anarchica, ha postato sulla pagina fb Arti libertarie il testo che trovate sotto, tratto da “Anarchici e orgogliosi di esserlo” di Amedeo Bertolo di cui ha pubblicato il testo integrale in pdf (qui). Amedeo Bertolo ci ha lasciati un anno fa, il 25 novembre: qui il ricordo su Umanità Nova). Buona lettura e soprattutto buone riflessioni.

Amedeo Bertoli

Solo con un forte, diffuso, orgoglioso senso d’identità anarchica è possibile che l’anarchismo passi attraverso quella profonda trasformazione che io credo necessaria e urgente, senza perdersi nel corso di questa trasformazione, senza perdere ciò che lo fa diverso, unico, senza assimilarsi ed essere assimilato. L’anarchismo deve mutarsi, restando però una mutazione irriducibile alle culture dominanti.

Il filo conduttore che dà senso e coerenza ai saggi che seguono è una riflessione a tutto campo sull’essere anarchici oggi, in un qui e ora profondamente diverso da quello in cui si è formato l’anarchismo classico. Ma non sono i suoi principi, i suoi metodi o i suoi valori a essere messi in questione, bensì le forme storiche che li hanno incarnati e che mal si adattano ai nuovi paradigmi sociali. D’altronde, al pari di ogni costruzione sociale e immaginaria (a cominciare dallo Stato), l’anarchismo, per rimanere efficace, deve mutare con il mutare delle condizioni storiche. E sono appunto i percorsi possibili di questa mutazione che vengono qui indagati, individuando i cento e più modi di vivere l’anarchia in questo qui e ora. Non c’è più il Palazzo d’Inverno da assaltare, certo, ma rimane intatta l’esigenza – e il desiderio – di una mutazione radicale che attacchi frontalmente la società del dominio, annidata tanto nelle istituzioni politiche quanto nell’immaginario delle persone. Si delinea così un anarchismo rinnovato in grado di parlare alla contemporaneità, grazie anche a una saggia miscela di buon senso e utopia, indissolubile perché «l’utopia senza il buon senso è Don Chisciotte, il buon senso senza l’utopia è Sancho Panza».

Amedeo Bertolo e Gianfranco Pedron durante il processo del novembre 1962 (da A-Rivista)

Amedeo Bertolo fece parte del gruppo che nel ’62 aveva rapito il vice-console spagnolo a Milano Isu Elías per ottenere, ed ottenne, la trasformazione in pena detentiva della condanna a morte dell’anarchico Jorge Conill Valls nella Spagna franchista. Qui Un invito a pranzo con pistola, l’articolo di Paolo Finzi da rivista anarchica (anno 7 nr. 58 giugno 1977) in cui si ricorda la vicenda; in occasione del processo, Bertolo, rifugiatosi in Francia tempestivamente,  fa pervenire alla stampa una dichiarazione in cui preannuncia che si costituirà in aula. Immediatamente polizia ed i carabinieri si organizzano per catturarlo, ma invano: “Con un certo gusto spettacolare – ricorda Bertolo – riuscii ad arrivare fino in aula, camuffato da ragazzo d’ufficio dell’avvocato Dall’Ora: questi, appena iniziato il processo, si rivolse ai giudici annunciando la mia costituzione.”.

La dichiarazione con cui Amedeo Bertolo annuncia da Parigi la sua presenza al processo

Pietro Valpreda e Nico Berti; al centro (seduto) Amedeo Bertolo e (alla sua sinistra) Antonella Frediani

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