Piazza Fontana 1969: la strage è di Stato. Lo stesso Stato che ha fatto e fa sparare su contadini, operai, studenti e manifestanti

Dicembre 12, 2017

Quello che segue è un articolo pubblicato da Salvatore Ricciardi sul contromaelstrom il aprile 6, 2012 e opportunamente rilanciato dallo stesso oggi, a 48 anni dalla Strage di Stato. Credo sia importante ricordare il periodo storico e il clima politico della Strage di Stato: probabilmente la vicenda da cui con maggior chiarezza sono emersi il ruolo dello Stato, e quello dei suoi manutengoli fascisti, nella guerra contro chi lottava per i propri diritti. Da allora le cose non sono cambiate in meglio. La pesantissima e spietata repressione, con la criminalizzazione di qualsiasi forma di opposizione non omologata, ha influito per molti anni a seguire. Una storia che si è ripetuta, in forme diverse ma non meno feroci e spietate, con le punte più alte di cinica violenza a Napoli e Genova, in occasione del G8 2001, e in Val Susa, quando è apparso chiaro che la resistenza popolare non si sarebbe fatta abbindolare da politicanti e pennivendoli di regime.

Un ringraziamento personale e particolare a Salvatore Ricciardi per essersi sorbito quell’immondezzaio spacciato per film e avere poi scritto questo importante articolo: io non ho avuto il suo “coraggio”, d’altra parte non ho neanche la sua esperienza e lucidità politica. Le immagini sono quelle dell’articolo di contromaelstrom.

“Piazza Fontana 1969: la strage è di Stato… e le falsificazioni continuano”

Ho visto il film di Marco Tullio Giordana “romanzo di una strage” e l’ho trovato disgustoso, peggiore di quanto mi aspettassi, nonostante conoscessi le critiche da tempo e da molti rivolte al film e al libro di Cucchiarelli cui il film si è “liberamente” ispirato. A queste critiche rimando chi voglia conoscere maggiori particolari sulle teorie inconsistenti e sballate: le due bombe, le infiltrazioni intrecciate e sovrapposte, i profili vigliacchi e ammiccanti, la trita dialettica tra i “buoni” e i “cattivi” su cui si regge il film. (qui, qui e qui e tanti altri commenti che si trovano in rete (molti li ho letti dal blog del compagno e amico Sergio Falcone)

Non c’è molto da aggiungere, tanto forte è il senso di squallore che la visione del film suscita a chi ha attraversato quegli anni con la passione e l’urgenza di trasformare l’esistente. Una passione che ha avuto un costo altissimo per coloro che l’avevano scelta come compagna di strada. Una passione che non si trastullava con cosmogonie complottarde perché aveva da scontrarsi ogni giorno con l’apparato repressivo del potere padronale e politico.

La strage, le stragi di allora, sono state vigliacche coltellate alla schiena per noi, ma non inaspettate. Quello Stato e tutti i suoi apparati effettivi, non deviati, tra una bomba e l’altra non stavano con le mani in mano: “…tra settembre e dicembre 1969 nei conflitti del lavoro si sono avute: 8396 denunce, di cui 3325 per occupazione illegale di azienda, terreni o edifici pubblici; 1712 per violenza privata; 1610 per occupazione di binari ferroviari; 1376 per interruzione servizio pubblico,…”

Il 7 gennaio 1970 il Ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin, in una lettera al capo dello Stato, scriveva: “Dai dati che sono emersi ho tratto la sensazione che in alcuni punti e sedi private e pubbliche, dopo la conclusione delle maggiori vertenze contrattuali si stia alimentando una sorta di reazione che tenta di svilupparsi sul piano giudiziario con richiamo, tra l’altro, a norme penali superate […]. Ma questa moltiplicazione che va al di là di quella dei pani e dei pesci, è una moltiplicazione che ha un sentore politico piuttosto negativo che va rimosso se l’intenzione del governo e di tutti i cittadini di buona volontà è quella di raggiungere rapidamente la normalità nelle aziende e nei rapporti sociali“.

Gli faceva eco il dirigente del Pci e senatore Pietro Secchia che denunciava: “A dimostrare il clima di caccia alle streghe e di intimidazione che si è creato in certi ambienti […] immaginate che cosa non può accadere a danno del semplice lavoratore, del semplice bracciante, a danno dell’umile operaio…”

È facile scoprire che non si trattò solo di bombe e stragi, fu una feroce repressione praticata con ogni mezzo per fermare e annientare quel poderoso movimento che voleva trasformare il sistema sociale esistente. Il potere economico, quello finanziario, militare, ecclesiastico, giudiziario, quello familiare, ecc., non accettava di essere messo in discussione, rifiutava violentemente di confrontarsi con proposte di cambiamento.

È questa la semplice verità che si cerca di nascondere sotto la coltre di bizzarre ricostruzioni:

Lo avevamo capito già dal luglio ‘60 nel batterci contro il governo democristiano-fascista di Tambroni. Ancor più chiara fu la lezione del luglio ’62 a piazza Statuto, quando la ribellione dei nostri compagni operai in Fiat ha fatto schierare tutto il sistema dei partiti in difesa dell’ordine produttivo. Da allora li abbiamo avuti tutti contro, nelle lotte, nei sabotaggi, nei picchetti duri, nei cortei interni, nelle occupazioni di case, negli scontri di piazza… ovunque, nella rivolta di Corso Traiano nel cuore del potere della Fiat a Torino, ed era il 3 luglio 1969, molto prossimo alle bombe.

A che serve escogitare complotti e intrighi quando c’è una spiegazione comprensibile soprattutto alle nuove generazioni e si trova nella lotta tra le classi, aspra in quegli anni. Una lotta che cominciava a cambiare i rapporti di forza tra le classi e prospettava un cambiamento dei rapporti di produzione. È comprensibile che le classi dirigenti e il loro ceto politico, che di quello sfruttamento si nutrivano, non volevano accettare il cambiamento, e provarono a schiacciare il movimento che lo interpretava. I mezzi li hanno usati tutti: bombe, stragi, arresti, fucilazioni per strada e dentro le case; processi speciali e carceri speciali, condanne speciali e torture per il pentimento, pestaggi e lusinghe per la dissociazione, e pene infinite per gli altri.

La strage di Piazza Fontana, mi ricorda il buon libro di Giorgio Boatti dal titolo omonimo. Ma il triste film di Giordana mi ha ricordato un altro libro, meno conosciuto, dello stesso autore: “Preferirei di no” , ci racconta le storie di dodici professori universitari che, nel 1931, non accettarono l’imposizione di Mussolini di giurare fedeltà allo stato fascista. Dodici su 1250, pochi. Dodici che persero il lavoro e anche la libertà per non condividere le canagliate di quello stato. Forse Giordana non sa che negli anni Sessanta e Settanta furono molti più di dodici quei magistrati, poliziotti, funzionari dello stato che abbandonarono il loro posto e il loro stipendio, dirigenti di partito e sindacato che rinunciarono ai loro incarichi, perché non volevano condividere le porcherie del sistema di potere democristiano. Molti di più dei dodici degli anni Trenta, forse per la coscienza più matura, forse per il minor costo che si pagava. Lasciare la polizia o la direzione della Dc non si veniva arrestati in quegli anni. E allora perché Giordana non ci racconta come mai i suoi due eroi principali (Calabresi e Moro), pur nauseati dalle schifezze cui erano immersi e consenzienti, non hanno lasciato rapidamente i loro posti e sono andati a gridare in giro ciò che avevano visto?

Penso sia superfluo ricordare che uno degli eroi del film, non solo non lasciò la direzione della Dc, ma nel 1974 fu capo di un governo (23.11.1974 – 12.02.1976 -IV gov. Moro) che partorì la maggior quantità di legge liberticide nella storia repubblicana di questo paese, prima fra tutte la omicida “legge Reale” che ha insanguinato le strade con centinaia e centinaia di morti ai posti di blocco; un governo che ha bloccato la “riforma carceraria” e che ha dato mano libera ai padroni per licenziare i lavoratori più attivi. ecc., ecc.

 

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